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sabato 18 luglio 2015
Vi racconto una storia: Il consumatore - Tonino Capra (Parte 2)
CONCORSO VI RACCONTO UNA STORIA
AUTORE/AUTRICE: T. CAPRA
TITOLO: IL CONSUMATORE
Uccidendo e mangiando il mio amico avevo varcato un confine dal quale non si tornava indietro.
In quel periodo cadevo spesso in trance, in stati di incoscienza. Quando tornavo in me cercavo di
ricordare cosa avessi fatto nel frattempo ma spesso non ci riuscivo. Era buio totale. Sforzandomi
anche riuscivo ad avere solo forti mal di testa. Il cervello cominciava a farmi brutti scherzi. Spesso
mi ritrovavo a camminare in luoghi isolati della città senza capire come vi ero giunto.
In quel periodo sparirono anche alcune persone che frequentavano la mia compagnia e precisamente
tre ragazze di facili costumi, che non furono mai più viste.
Dentro di me cresceva l'inquietudine e io non ne capivo il motivo. Ormai la mia vita trascorreva
quasi completamente nell'incoscienza con brevi e rare parentesi di lucidità mentale.
Intanto la mia vita da disoccupato nullafacente sembrava volgersi al termine: quella sera avrei
sostenuto il colloquio presso un'importante multinazionale nel campo dei succhi di frutta per il
posto di amministratore delegato. Per questo dovevo ringraziare un mio vecchio amico che aveva
sbandierato le mie referenze a destra e a manca in cerca di un impiego per la mia figura elitaria.
Mi presentai per il colloqui alle diciotto nella sede generale. La segretaria, una donna insignificante sui
quaranta mi pregò di attendere il mio turno su una delle sedie in sala d'attesa. Ingannai l'attesa
dando uno sguardo ad una rivista sportiva del mese scorso. Quando l'azionista di maggioranza aprì
la porta per invitarmi all'interno della stanza congedò la segretaria e la rimandò a casa. In sede
eravamo rimasti soltanto io e il mio prossimo datore di lavoro. Lui era un uomo sulla sessantina con
sopracciglia canute e un capello molto rado. Vestiva abiti sartoriali e si sorreggeva su un bastone di
mogano con il manico in avorio finemente lavorato e la punta acuminata. Mi invitò a sedermi
davanti alla sua scrivania. Prese in mano il mio curriculum e iniziò a scorrerlo con gli occhi.Ogni
tanto leggeva la fine del rigo ad alta voce ed annuiva. Alla fine si alzò in piedi,lasciando il bastone
appoggiato alla scrivania di noce e andò davanti al fuoco scoppiettante. Mi rivolgeva le spalle.
Cominciò a parlarmi con un tono da finto dispiaciuto. Mi spiegò che il loro marchio significava
molte cose e dava alla gente una sorta di rassicurazione. Molte mamme e bambini acquistavano le
loro bevande alla frutta. Di conseguenza gli alti dirigenti dell'azienda avrebbero dovuto rispecchiare
questo tipo di affidabilità. L'assunzione di gente chiacchierata avrebbe nuociuto al brand. A quel
punto mi chiese se tutte le voci che circolavano nel bel mondo sulle mie abitudini e sulla mia vita
privata fossero vere. Io tacqui; non sapevo cosa rispondere e soprattutto non riuscivo a capire a quel
punto a cosa fosse servito il colloquio se la sua decisione era stata questa fin dall'inizio. Il capo
parve leggere il significato del mio silenzio e rispose con aria acida dicendo che aveva un debito
personale con quel mio amico che ci aveva fatti incontrare e non aveva voluto deluderlo. Così aveva
deciso di concedermi il colloquio.
A quel punto la rabbia mi invase. L'uomo si girò verso di me. Io in uno scatto di ira presi il bastone,
mi alzai e mi scaraventai verso quell'uomo. Gli piantai il suo stesso bastone sotto lo sterno e le sue
grida ruppero il silenzio che permeava all'interno della sede. Il malcapitato si accasciò su se stesso e
finì con un braccio nel camino, a contatto con il fuoco. Io con la massima tranquillità mi diressi
nuovamente verso la scrivania che fino ad una manciata di minuti prima apparteneva all'uomo ora
deceduto e mi sistemai sulla sua sedia. Mi versai un bicchiere i brandy e poi un altro, e poi un altro
ancora. Vuotai quello che rimaneva della sua bottiglia. A quel punto tornai nuovamente vicino al
cadavere.
Cinque minuti dopo, una decina di poliziotti o forse più fecero irruzione nell'ufficio, allertati da un
vicino che aveva sentito un urlo ed assistettero ad una scena agghiacciante: un uomo seduto sul
tappeto davanti al fuoco staccava pezzi di carne dal braccio bruciacchiato del vecchio proprietario
dell'ufficio; quell'uomo ero io. Dopo avermi ammanettato mi portarono in caserma e mi destinarono
ad una cella provvisoria. Dovevo condividere quella cella con un altro uomo nell'attesa che
venissero sbrigate le pratiche per il mio fermo. Mi spiegarono che molto probabilmente sarei finito
in una casa di cura per l'igiene mentale. Quando mi condussero in cella il secondo galeotto era
immerso in un sonno profondo. Il cigolio rumoroso della porta però lo ridestò in fretta.
Quando i poliziotti mi abbandonarono nella mia nuova dimora temporanea il mio compagno
cominciò a tartassarmi di domande su come mi chiamavo, da dove venivo, per quale reato ero stato
imprigionato...Alla lunga iniziava a diventare fastidioso. Dovevo trovare un modo per farlo tacere...
Quando la mattina un poliziotto aprì la porta per portare la colazione vide una scena da incubo;
trovò me disteso sulla mia branda tutto coperto di sangue; distesi per terra cerano i resti di un corpo
reso irriconoscibile dal sangue e dalle mutilazioni subite; era il mio compagno di cella.Il secondino
alla vista di quello sfracello scappò di corsa a chiamare i suoi superiori.
Un paio di ore dopo mi trovavo davanti ad una commissione composta da uomini di legge e gente di
medicina che sospettavo essere psichiatri. Esposi senza fronzoli e senza mentire tutti i fatti che ho
riportato in queste pagine. Ho parlato anche delle motivazioni che mi hanno portato a comportarmi
in questo modo; del fatto che non ho mai ucciso per cibarmi delle carni della vittima ma sempre per
rabbia e come il mio cannibalismo fosse sempre stato una conseguenza e mai una causa dei miei
delitti. Avevo ucciso il mio amico durante una colluttazione. Il mio secondo delitto derivava da uno
scatto di rabbia. Il terzo uomo non la piantava mai di parlare!In nessun caso avevo ucciso
premeditando l'uso che avrei fatto in seguito del corpo. Il primo cadavere mi servì per sopravvivere
sull'isola; nell'ufficio della seconda vittima dovevate sentire che odore di arrosto che c'era!Nel terzo
caso non so nemmeno io il motivo certo della mia azione; probabilmente ero tentato dal provare
quel rischio in barba alla legge ed ai poliziotti che mi tenevano in custodia.
Nel corso della conversazione ribadii più volte fermamente la mia completa estraneità alla
sparizione delle tre ragazze che frequentavano il mio stesso locale ma sono convinto che queste mie
parole non trovarono credito.
Mi imputeranno sei omicidi oltre alla mia completa incapacità mentale.
Ho deciso di affidare la memoria di questi avvicendamenti alla carta per evitare di rimanere
incompreso. Probabilmente mi troverò presto a marcire tra le mura di qualche manicomio, drogato
da mattina a sera con sostanze che ti rimbambiscono. Nel giro di qualche settimana non ricorderò
nemmeno chi sono. Voglio però convincere chiunque leggerà le mie parole che non ho mai ucciso
per volontà mia ma sempre in preda a qualche demone che con il tempo si è impossessato della mia
mente e del mio corpo.Io non sono quello che uccide ma solo quello che mangia. E cosa ho fatto di
male allora?Cosa c'è di male ad amare la carne umana?C'è chi predilige il maiale o il vitello. Io amo
questa qualità; sono solo gusti. Volevo anche informarmi che da quando sono detenuto sono sparite
altre due ragazze che frequentavano le mie compagnie. Ora almeno ho un alibi. Come vedete non
sono pazzo; ho solo permesso al demone della rabbia di controllarmi. Vi prego non giudicatemi
male.
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Vi racconto una storia: Angelica - Valentina Florio (Parte 2)
CONCORSO VI RACCONTO UNA STORIA
AUTORE/AUTRICE: V. FLORIO
TITOLO: ANGELICA
Angelica non c'era più. Sparita per sempre, volata in cielo
accanto a Dio, o chissà dove. Il cameriere arrivò col caffè ma io ero già andato via. Il mio stomaco era ormai chiuso, come il mio cuore. La felicità sognata, desiderata, e ritrovata, era durata solo pochi attimi, era volata via di nuovo. Vagai per le strade tutta la notte, come un bambino che aveva smarrito la via di casa.
Esausto, andai a dormire. Sognai Angelica. Mi parlava ma non riuscivo a capirla, muoveva le labbra e mi chiamava a sé, era bellissima come nella foto, anzi di più. Prese la mia mano e camminammo per ore lungo la riva del mare. Vedevo in lontananza la mia casa, la mia città. Volti ora sconosciuti ci passavano davanti, ci osservavano ma per noi non esistevano; c'eravamo solo io e lei. Eravamo felici, e non avevamo bisogno di altro.
Mi svegliai che era giorno ormai da tante ore. Ero stranamente molto felice, come non lo ero da tanto. La foto di Angelica era accanto a me. La presi tra le mani, la baciai, lei mi sorrise, io ricambiai. Era con me, quello importava. Avevo il mio angelo, la mia Angelica; lei era con me, ogni giorno. Il mio era un amore puro e folle; avevo lei, avevo tutto. Avevo la sua foto, il suo amore; non avevo bisogno d'altro. Amavo Angelica e l'amo ancora, e sarà così per sempre.
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Vi racconto una storia: Brilla brilla la luna in ciel - Roberta Damiano (Parte 2)
CONCORSO VI RACCONTO UNA STORIA
AUTORE/AUTRICE: R. DAMIANO
TITOLO: BRILLA BRILLA LA LUNA IN CIEL
Rimase delle ore nella camera virtuale, così tante, che perse la cognizione del tempo. In quel momento Stars era anche riuscita a dimenticarsi delle domande che si era posta, ma una volta che aveva completato i giochi la noia aveva prevalso nuovamente. Spense la camera virtuale e uscì a
cercare i suoi genitori, che non erano più in casa. Andò in cucina, bevve un viscido sorso d’acqua e
salì in camera, si stese sul morbido tappeto e s’immerse nel suo piccolo mondo verde.
Dopo poco, la smania di uscire era talmente forte che Stars non ce la fece più. Preparò il suo
zainetto e lo mise in spalla. Scese le scale e corse fino alla porta, l’aprì ed entrò all’interno della
camera di disinfezione. La porta le si chiuse alle spalle automaticamente e subito dopo, dai buchi
del soffitto, delle pareti e dal pavimento, venne spruzzata una grande quantità di prodotto volatile sul
corpo di Stars che la fece tossire e lacrimare gli occhi. Accadde tutto in pochissimi secondi.
Terminata disinfezione, la porta dinnanzi a lei, che affacciava al mondo che non aveva mai visto, si
aprì.
Con il cuore in gola per l’euforia si sistemò lo zainetto e corse fuori, non rendendosi conto che la
realtà era ben diversa da quella descritta dai libri.
Di colpo, Stars venne invasa dalla fitta nebbia grigia, quasi nera, che nascondeva le forme della già
oscura città.
Dov’era il sole?
Forse era notte? Allora, perché non c’era la luna ad illuminare il cielo? E le stelle?
Stars alzò gli occhi e non vide nulla oltre la punta del suo naso.
Che fine aveva fatto il cielo?
Presa dalla paura tentò di rientrare in casa, ma non vide più la porta.
Perse, così, il senso dell’orientamento.
Stars cominciò ad urlare aiuto, ma la nebbia sembrava inghiottire la sua voce. Terrorizzata cominciò
a correre senza una meta e senza vedere ciò che la circondava.
Nei libri si parlava di distese di prati verdi, ma lì non c’era verde, solo una strada nera come la pece.
Nei libri si parlava di alti alberi secolari, robusti, pieni di foglie, frutti e fiori, ma in quella città
l’unica cosa alta erano i palazzi incolori.
Nei libri si parlava degli animali, ma mentre Stars correva non sentiva cinguettare, abbaiare,
squittire o ruggire, le sue orecchie erano invase da strani e assordanti rumori di grossi macchinari da
lavoro.
Nei libri si parlava dei meravigliosi e vasti odori che la natura aveva creato, ma quando Stars dilatò
le narici per inspirare, quasi le mancò il respiro per il fetore nauseabondo che aveva l’aria.
Stars corse, corse e corse fino a quando non dovette fermarsi per mancanza di respiro. Tastò con le
mani le fredde e viscide mura e si acquattò in un angolo con le gambe strette al corpo. Iniziò a
piangere e a chiedere aiuto fino a quando la gola non le fece male. Si dondolò per allontanare la
paura e chiuse forte gli occhi per non vedere i giochi d’ombre che si formavano tra la nebbia.
Pianse fino a non avere più lacrime da versare. I rumori della città l’assalirono prendendosi gioco
delle sue orecchie e Stars, per non ascoltare, cominciò a cantare ad alta voce e di buona lena la
ninna nanna che le aveva sempre sussurrato la nonna.
Brilla brilla la luna in ciel
e le stelline giocano insiem.
Bimba bella fai la nanna,
il sole presto si sveglia all’alba.
Anche i fiori dormon con te
sussurrando al vento questa dolce canzon.
Anche gli animali ascoltano il suon,
dormendo beati sotto questo manto d’or.
Brilla brilla la luna in ciel
e le stelline giocano insiem.
Bimba bella fai la nanna,
il sole presto si sveglia all’alba.
Quando tu crescerai, questa canzone canterai.
Brilla brilla la luna in ciel
e le stelline giocano insiem.
Bimba bella fai la nanna,
il sole presto si sveglia all’alba.
E cantò, cantò, cantò fino a quando non sentì cessare quegli orribili rumori.
L’aria pian piano cominciò a diventare pesante e Stars trovò profondamente difficile continuare a
respirare. Il petto le faceva male, sembrava avere delle lame dentro che tentavano di aprirle la pelle
per venir fuori. Il fiato si fece sempre meno intenso e gli occhi cominciarono a scurirsi sempre di
più fino al punto di non vedere neppure la coltre di nube.
Stars non seppe per quanto tempo rimase incosciente, ma l’incessante scuotimento la ridestò da
quello strano sonno. Quando aprì gli occhi venne presa in braccio da strane sagome. Tentò in tutti i
modi di liberarsi e gridò
«Stars, figliola, siamo i tuoi genitori. Siamo così felici di averti ritrovato.»
Venne abbracciata e poi rimproverata.
Pian piano le sagome cominciarono a prendere forma, così come tutto ciò che la circondava. Adesso
riusciva di nuovo a respirare. Tardi si accorse che era grazie ad un casco che le avevano messo i
genitori.
Stars era ancora tramortita per poter parlare, ma capì che il mondo in cui viveva lei non aveva nulla
a che vedere con le meraviglie dei racconti.
Non appena cominciarono a muovere i primi passi una gocciolina umida e fredda bagnò la mano di
Stars. Tutti e tre alzarono lo sguardo in alto e lacrime iniziarono a cadere oltre la nube.
Che il cielo stesse piangendo?, si domandò la piccola Stars.
I genitori, stupefatti, corsero insieme alla figlia ed urlarono a tutti gli abitanti di venir fuori.
Pioveva. Pioveva!
Tutti accorsero alle urla della famiglia e anziani, adulti e piccini uscirono per assistere allo
spettacolo della natura che da tempo immemore si era assopito.
Nei cuori delle persone finalmente ritornò la gioia.
Più in là, in una piccola via, tra le crepe del nero asfalto, sbocciò il primo fiore.
Forse per Stars e per il piccolo mondo c’era ancora una speranza…
«FINE!»
La maestra terminò di leggere il racconto, chiuse il libro e guardò i suoi alunni.
«Allora bambini, che ne pensate di questa storia?»
«Maestra? Io non voglio vivere nella città di Stars» disse un bambino.
«Piccolo mio, credo che nessuno voglia vivere in quella città, ma se non si rispetta la natura
potrebbe accadere anche a noi» rispose la maestra.
«Maestra?» alzò la mano un’alunna.
«Dimmi Carlotta.»
«Come facciamo a rispettare la natura?»
«Questa sì che è una bella domanda. Ho qui, per voi, un racconto che ne parla. Lo volete
ascoltare?»
Un sì di gruppo echeggiò per la stanza.
La maestra ripose il libro che aveva letto e ne prese un altro.
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Vi racconto una storia: Lasciarsi amare - Alice Semioli (Parte 2)
CONCORSO VI RACCONTO UNA STORIA
AUTORE/AUTRICE: A. SEMIOLI
TITOLO: LASCIARSI AMARE
Trascorsero altri due mesi senza di Lui e ancora non avevo realizzato di essere rimasta da
sola per davvero. Non un messaggio, non una telefonata. L'avevo anche chiamato: avevo parlato con la sua voce registrata e apatica della segreteria telefonica per dirGli che era uscito l'ultimo film di Sorrentino al cinema. Una telefonata del tutto inutile, una palese scusa per sentirlo siccome Lo sapeva meglio di chiunque che quel film era proiettato nelle
sale cinematografiche. Non rispose, come da programma. Mi inventavo le scuse più disparate per incontrarlo, ma nonostante cercassi di ingannare il caso, il destino ne usciva
sempre vincitore. Sono andata al cinema. Da sola. Mi guardavo attorno nella speranza di trovarlo lì e aver riservato un posto per me accanto al suo. Non trovai lui, al cinema. Trovai il figlio della mia insegnante. Si era seduto proprio di fianco a me. Mi aveva riconosciuto.
Ero certa che si fosse seduto vicino a me proprio per quello. Era tremendamente bello,
anche più di quando aveva diciott'anni. Mi era capitato di incrociarlo qualche anno fa
vicino a casa mia, ma lui non mi aveva vista.
Ci siamo voltati l'uno verso l'altra per guardarci bene, per essere sicuri che fossimo rimasti
sempre gli stessi, nonostante il tempo trascorso in assenza l'uno dell'altra. Ci siamo sorrisi,
non per imbarazzo, ma per felicità. Non ci siamo detti nemmeno una parola, ci siamo
soltanto abbracciati. Non volevo distruggere quel momento con parole inadeguate o
superficiali, ho preferito affidare tutto a un gesto e al silenzio. Ero sicura che così non avrei
potuto sbagliare nulla. Potevo morirci o viverci nel calore di quella stretta di corpo e d'
anime. Non ricevevo un abbraccio simile da quanto?! Quattro mesi? Forse non ricevevo un
abbraccio come quello da molto più tempo, forse addirittura dieci anni.
Chissà se Lui mi aveva mai abbracciata davvero.
“Sei cambiata. Sei più bella”
“Anche tu, vecchio mio.”
Per due ore era l'unica cosa che eravamo riusciti a dirci. Eravamo entrambi estremamente
concentrati sul film, o almeno, così sembrava. Uscita dal cinema, ero confusa: non capivo
se ero rimasta stupita dal finale o dall'incontro.
Mi chiese di fare una passeggiata insieme, mi aveva detto 'una mezzora e sei a casa'. Erano
trascorse altre due ore e io non avvertivo lo scorrere del tempo, che da quattro mesi a
questa parte era diventato il mio nemico più acerrimo. Mi parlò dei suoi studi, del lavoro
da insegnante. Chiacchierando, avevamo riesumato numerosi ricordi che erano finiti quasi
del tutto nel dimenticatoio, ma che, a quanto pare, lui ricordava molto meglio di me.
Ricordammo di quando la madre doveva tornare a casa e io mi rivestivo a metà e scappavo
sul pianerottolo del piano superiore per non incontrarla sulle scale oppure di quando, dopo
aver fatto l'amore, mi aveva riempita di schiuma da barba per tutta la schiena per poi
ritrovarci a fare la doccia insieme. Ricordammo di quando lo costringevo ad andare al
cinema con me e di quando mi accompagnava a casa e poi tornare alle due di notte dopo
aver camminato per mezzora. Era bello stare lì con lui e sorridere di nuovo per davvero.
Mi accompagnò a casa e ci salutammo come prima: abbracciandoci. La sera seguente era
sotto casa mia. Mi ero vestita in fretta e furia, nemmeno ero truccata. Ero scesa e avevamo
fatto un'altra passeggiata, ma questa volta aveva precisato 'due ore e sei a casa, mezzora è
troppo poco'. Passeggiavamo quasi ogni sera, raccontandoci tutti gli anni che ci eravamo
persi ed era troppi per chiunque. Mi ero persa dieci anni della sua vita e più continuavo a
parlarci e più ero felice di averlo ritrovato. Trascorsero diverse settimane, fino a quando,
una sera, mi baciò.
“Perché non mi amavi?” gli chiesi dopo essermi separata dalle sue labbra.
“Perché non sapevo amare”
“E adesso lo sai? Sai amare?”
“Adesso so che non c'è nulla da sapere. Si ama e basta. Ti bacio e basta.”
Quella sera finimmo a letto insieme ed era stato tanto stancante quanto eccitante.
Eravamo uguali. Stessi movimenti, stessi odori, stessi respiri. Nulla era cambiato. Quello è
stato il culmine del nostro reciproco ritrovarci. Dormimmo insieme e il mattino seguente, il
letto mi sembrava impregnato di felicità. Anche il letto - come noi - si era lasciato amare. Ci
eravamo promessi di rivederci la sera stessa e l'avevamo mantenuta. Non riuscivamo a
saltare neppure una sera senza vederci. Era diventata un'abitudine, era il nostro
appuntamento fisso, anche se pioveva uscivamo e come avevamo sempre fatto, non
portavamo l'ombrello, perché da amanti della pioggia sarebbe stato contraddittorio
ripararsi da qualcosa che si ama. Ritornavamo a casa bagnati dalla testa ai piedi e lo
facevamo fino a essere esausti.
Mia, come me, aveva ricominciato a sorridere e ogni giorno che la vedevo, ero felice per entrambe.
Questa volta non era grazie a Lorenzo se sorrideva, ma grazie a Luca, il ragazzo
di IV E. Nel suo ultimo tema, Mia aveva scritto che non importa con chi o dove,
l'importante è sorridere, ma sorridere davvero, senza mezze misure. L'importante è
lasciarsi amare.
Ieri quando sono tornata a casa, ho ricevuto una lettera.
Alice, io so di averti delusa davvero tanto, che non ti saresti mai aspettata che fossi una
persona del genere. Io vorrei che tu fossi felice, con tutto me stesso, ma non sono stato in
grado di farti star bene. Come ormai è evidente. Io ti voglio bene, anche se non ci credi e
pensi che non mi importi nulla di te. Io ti penso sempre e mi odio per non farti stare come
vorresti. Ma non ci posso fare nulla. Le scuse non servono, però, davvero, io non voglio
perderti. Non odiarmi, Alice. Non farlo, o se vuoi, fallo pure, ma almeno non dimenticarti
nemmeno un nostro giorno insieme. Tienili al sicuro insieme a te. Solo lì potranno vivere
veramente.
Sono trascorsi quasi sei mesi, ma io ti penso, Alice. Io ti penso. Penso a cosa fai, a come
stai, a cosa vuoi.
Scusami per tutto il male.
Scusami Alice.
Ti voglio bene.
G.
Hai ragione, mi hai delusa molto. Davvero troppo, talmente tanto da non accettare per
alcun motivo le tue scuse. Mi pensi sempre? Forse, in questi sei mesi, avresti potuto
scrivermi, perché col pensiero non ci si può incontrare o parlare. Il pensiero è per i
codardi, mentre la parola per gli audaci. Avresti potuto chiedermi come stavo, cosa
facevo e cosa volevo. Nessuno ti impediva di farlo.
Se il tuo timore è essere odiato, non lo sei. Sei soltanto compatito e ti assicuro che è molto
peggio.
Hai ragione, solo lì potranno rivivere davvero i nostri giorni insieme. Ma io gli ho
rispettati da sempre, non solo adesso che non posso più viverli.
Hai torto. Tu mi hai resa felice e lo sai bene, quindi se questa è la tua superficiale e
misera scusa, trovane un'altra più plausibile.
Non vuoi perdermi, ma è quello che hai permesso tu. Hai commesso tu questa tragedia e
adesso, sempre tu, sostieni di non volermi perdere? Perché non ammetti di essere il
drammaturgo della tua tragedia? Solo perché nessuno è morto, non significa che non lo
sia.
Ti risponderò con le tue stesse parole. Non dimenticarti nemmeno un nostro giorno
insieme. Tienili al sicuro insieme a te. Solo lì potranno vivere veramente.
Dovevi lasciarti amare, solo così non mi avresti persa.
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giovedì 14 maggio 2015
Libri: Incontro con la scrittrice emergente Angela Meloni, autrice di "La stanza rosa"
"Cercare un posto non è facile, bisogna osservare
tutto ciò che ci circonda e ascoltare in silenzio ogni
rumore, suono che giunge dall'esterno e dall'interno
del nostro cuore e camminare passo dopo passo per
sondare il terreno cercando di entrare con discrezione
e gentilezza nel cuore delle persone. La ricerca della
nostra felicità, dipende da come dosiamo ogni cosa.
Dipende dalla nostra forza interiore e dal coraggio di
metterci in gioco ogni giorno. Cercare un posto, il
nostro posto ambito e prediletto, non è cosa semplice
perché a volte richiede tempo, sacrifici e molta
pazienza. Bisogna esser umili e coscienti di ciò che
facciamo e porci domande che mettano in moto il
nostro cuore e la nostra mente, proprio come dice
una nota canzone di Luciano Ligabue "Metti in circolo
il tuo amore". Ecco! Mettiamo in circolo il nostro
amore perché la vita stessa è amore. Non è facile
amare una persona fino in fondo , accettare tutto di
lei, accettare la sua storia, i suoi problemi, le sue
amarezze, i suoi pregi e difetti. In questo volume dal
titolo La stanza rosa, ho voluto racchiudere otto
racconti incentrati tutti sull'amore in ogni suo aspetto
e forma: amore fisico, amore materno, amore
perfetto quello letto nei libri delle favole, amore
adolescenziale e tutti i personaggi di queste storie
cercano un posto incontaminato da questa società
ormai insana basata sui non valori, sull'ipocrisia e
indifferenza, sull'esteriorità delle cose".
Torniamo a parlare di libri, e precisamente di scrittori emergenti.
Quest'oggi abbiamo incontrato Angela Meloni, autrice di La stanza rosa.
Angela Meloni ha pubblicato nel 2011, una silloge poetica dal titolo Nudità presso una casa editrice sarda che in questi anni però ha chiuso i battenti. La scrittrice ha deciso di trasformare l'opera cartacea in formato e-book, e di regalarlo su richiesta a chiunque presso questo indirizzo e-mail: Angela Meloni email Address
Nell'aprile dello scorso anno, l'autrice ha pubblicato per Youcanprint una raccolta di racconti in e-book dal titolo "La stanza rosa".
Noi di Smartlife abbiamo rivolto qualche breve domanda direttamente alla scrittrice, dato che i suoi lavori ci hanno incuriosito parecchio ed abbiamo voluto saperne di più.
- Ciao Angela, cominciamo subito. Adesso sei una scrittrice con più di un opera all'attivo. Ma il tuo sogno è stato da sempre quello di scrivere?
Beh, ho iniziato a scrivere senza dire "Il mio sogno è scrivere". Ho cominciato solo perché ne sentivo l'esigenza; avevo il bisogno di scrivere, di esternare i miei pensieri e i miei stati d'animo prima attraverso la poesia, e anche attraverso racconti e romanzi in un secondo momento. Lavori che ad oggi sono ancora chiusi nel mio cassetto...
- Bene. Ma come hai capito che era proprio questo ciò che ti piaceva fare?
E' stata una cosa immediata. L'ho capito subito, fin dal giorno in cui ho scritto la mia prima poesia.
- Secondo il tuo giudizio, quale racconto, poesia o opera in generale ti è riuscita meglio?
Non saprei proprio cosa rispondere. A me piacciono i miei lavori perché sono una parte di me.
- Ma quando scrivi metti dentro qualcosa di tuo nelle tue storie e nei tuoi personaggi, o lavori molto di fantasia cercando di immaginare situazioni completamente estranee a te?
La mia raccolta di racconti "La stanza rosa" parla di sentimenti, dell'amore in tutte le sue forme più svariate. Certo che nei testi metto sempre qualcosa di mio, che mi appartiene. Infatti scrivere è per molti anche un modo per raccontare se stessi in modo profondo.
- E questo vale anche per te?
Certo.
- Ti senti realizzata nel tuo lavoro da scrittrice? Hai raggiunto già tutti i traguardi che ti eri prefissata?
Oddio, realizzata è una parola ancora sconosciuta per me.
- Quali scrittori e quali libri hai amato particolarmente nel corso degli anni?
Adoro Jane Austen, Grazia Deledda, Georges Simenon, solo per citarne alcuni. Il mio libro preferito direi che è sempre stato "Piccole Donne" di May Alcoott, perché è un romanzo dove l'autrice mette in risalto amore, perdono, solidarietà verso il prossimo, tutte cose che sono fondamentali nella nostra vita. Valori e principi che secondo me non devono mai esser calpestati...
- Bene. Progetti per il futuro?
Sto scrivendo un romanzo. Ma non chiedermi di più perché è top-secret.
- Ok, un'ultima domanda allora. Pensi di continuare a scrivere ancora a lungo?
Certo, perché è una mia passione e alle passioni conviene sempre dare ossigeno.
- Un saluto per i cari lettori di Smartlife?
Ciaooo ragazzi, continuate a leggere questo blog che io trovo veramente fantastico.
LF
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